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il sogno di giove

Il sogno di Giove di Dosso Dossi e altri saggi sulla cultura del cinquecento

di Marco Paoli

Il sogno di Giove di Dosso Dossi e altri saggi sulla cultura del cinquecento

di Marco Paoli

Il sogno di Giove di Dosso Dossi e altri saggi sulla cultura del cinquecento (Lucca, Accademia lucchese di Scienze, Lettere e Arti - Maria Pacini Fazzi Editore, 2013) costituisce il terzo volume dell’importante “Trilogia tra arte figurativa e sogno” di uno studioso lucchese molto apprezzato anche a livello nazionale e internazionale: il dott. Marco Paoli, dirigente del Ministero per i beni e le Attività Culturali e attualmente direttore della Biblioteca Statale di Lucca. Ne’ Il sogno di Giove, come nei lavori precedenti, scopo dell’autore è quello d’individuare il significato latente del dipinto preso in esame, assai più complesso e densamente ricco di significati culturali rispetto a quello manifesto.

Oltre allo studio approfondito su questo capolavoro del Dossi, il terzo volume della trilogia contiene altri due saggi. Il primo è dedicato al monumento sepolcrale conservato nel chiostro dei Ss. Apostoli di Roma, raffigurante un personaggio erroneamente identificato fino ad oggi con Michelangelo Buonarroti e invece riconosciuto dal Paoli, sulla base di una ineccepibile documentazione, come il banchiere senese Giulio De Vecchi.
Nel secondo, intitolato Sognare nel Cinquecento, I trattati sul sogno (pubblicato recentemente su «Rara Volumina») Marco Paoli sottolinea come la tematica onirica abbia attraversato il Cinquecento italiano “con grande capacità di penetrazione e di adattamento alle varie manifestazioni dell’arte e della cultura, così da costituire ora l’argomento di una rappresentazione figurativa o letteraria, ora il registro retorico, fantastico o allegorico, adottato da poeti e poligrafi per esporre disparate materie cui si voleva attribuire un buon grado di verosimiglianza sotto il velo della finzione onirica» (ibid., p. 125).

Come in un gioco di specchi, quindi, è il tema del sogno a dominare anche il terzo volume della trilogia: Giove dipinge con gli occhi chiusi nel quadro del Dossi mentre, nella scultura dei Ss. Apostoli, il nesso si concentra nell’adozione dell’iconografia del defunto in forma di dormiente a occhi aperti.

Il libro si apre con una ricca prefazione di Kazimierz Kuczman, docente universitario e Direttore del Dipartimento di pittura del castello reale di Wawel dove è conservato il dipinto, nella quale viene ripercorsa la storia materiale del capolavoro. Il quadro era stato realizzato per il duca di Ferrara Alfonso I d’Este. Lasciata Ferrara, era stato probabilmente portato a Venezia dal collezionista Lodovico Widman. Dopo anni di silenzio, era ricomparso nel 1857 nel catalogo della vedova di Michelangelo Barbini. Portato quindi a Vienna, entrò a fare parte della collezione del pittore e collezionista Daniel Penther e fu poi venduto all’asta al conte Karol Lanckoroński, una figura di spicco nella Vienna della Belle Époque. Una volta ultimato il proprio palazzo viennese, il nobile polacco vi aveva trasferito anche il quadro del Dossi assieme a tanti altri capolavori dell’arte italiana della quale era un grande stimatore. Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, la collezione Lanckoroński, in quanto proprietà di cittadini polacchi, fu confiscata dall’autorità naziste. Il sogno di Giove fu quindi depositato a Immendorf, in un castello privato, assieme ad altri 11 quadri riservati a Hitler. Fu solo nel 1947 che, recuperato dagli americani, venne restituito ai loro proprietari. Passando attraverso altre complesse vicende, il dipinto assieme al resto della collezione, entrò a fare parte del patrimonio dell’ultima erede della dinastia, Karolina Lanckoroński, una figura straordinaria, amante e studiosa dell’arte e allieva, fra l’altro, di Julius von Schlosser. Fu lei quindi, nel 1994 a trasferire la collezione di famiglia in Polonia, liberata dal comunismo. Fu però solo nel 2000 che la signora Lanckorońska ha potuto consegnare il dipinto del Dossi al Museo di Wawel dopo essere riuscita a dimostrare che il quadro era rimasto, fino ad allora, in custodia di Museo di Vienna come “dono forzato”.

Marco Paoli, dopo avere esaminato la fortuna critica del dipinto, dalla tesi di Julius von Schlosser (1900, 1918) fino a quella di Vincenzo Farinella (2007), presenta una propria interpretazione come risultato di un’ampia ricerca basata su approfondite conoscenze nell’ambito della storia, della storia dell’arte, dell’iconografia, della cultura classica e umanistica. I personaggi, Giove e Mercurio (dio suscitatore del riposo dopo le fatiche del giorno) restano gli stessi. Giocano, però, ruoli diversi rispetto alla letteratura tradizionale. Mercurio è più ironico, Giove esprime lo stretto rapporto fra attività onirica e attività pittorica «accomunate entrambe dalla produzione di immagini, in specie nei veritieri sogni mattutini» (ibid., p. 51). La bella ragazza, invece, non è più l’immagine della Virtù ma dell’Aurora, che esprime tutto il suo fascino nell’«atmosfera albeggiante che si respira nel dipinto» (ibid., p. 43). Sintetizzare con poche frasi i risultati di una ricerca tanto approfondita, risulta sicuramente un’operazione approssimativa. Occorre leggere il libro, ricco di suggestioni, piccole e grandi scoperte, sorretto da una profonda cultura mai ostentata ma funzionale al racconto. Le farfalle del Dossi portano lontano, nel cuore di una società aristocratica del Rinascimento dove il sapere permea profondamente la cultura artistica e il sogno, nella sua simbologia, ha un ruolo allusivo e misterioso il cui significato può essere svelato solo da un eccellente studioso come Marco Paoli.

Carla Sodini

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